La maggior parte dei testi su Atlantide tendono ad avallare la tesi secondo la quale nell’Atlantico ci sia stato questo continente. Elliot Scott cita il seguente passo dello studioso Starkie Gardner:
nel periodo eocenico le isole britanniche facevano parte di una grande isola o meglio di un continente che si estendeva nell’Atlantico; è certo che una grande regione continentale esisteva allora ove attualmente si trovano il mare e la Cornovaglia, le isole Scilly e quelle della Manica; l’Irlanda e la Gran Bretagna stessa sono vertici delle sommità più elevate.
Effettivamente se consideriamo la cultura molto elevata dei Celti, che abitavano proprio nell’Irlanda e nel nord della Francia, possiamo pensare che forse la teoria di Gardner non sia proprio pura fantasia. Non a caso i Celti stessi sostenevano di venire da una terra sommersa nell’Oceano Atlantico, la mitica Avalon , su cui sono stati scritti tantissimi libri.
Elliot Scott ci informa che, tramite un’indagine, fu scoperto che nel mezzo dell’Oceano Atlantico esiste una vera e propria catena montuosa - le cui cime formano le Azzorre, San Paolo, Ascensione, la stessa Islanda, Sant’Elena, e Tristan d’Acunha- coperta di detriti vulcanici e questi detriti arriverebbero fino alle coste americane.
La catena in questione, a cui ho accennato anche prima citando Pinotti, è la dorsale medio atlantica ed è formata prevalentemente da rocce basaltiche. Secondo i geologi questa catena sottomarina risalirebbe a decine di milioni di anni fa. Il prof. di geologia Martinis, che si occupa proprio di Atlantide, la fa risalire addirittura a 135 milioni di anni fa. Egli però, nonostante la sua passione per il continente perduto, dichiara che nell’oceano Atlantico non c’é nessuna Atlantide e anche James e Thorpe dichiarano che non esistono affatto resti archeologici di essa. Su una linea opposta si pongono invece studiosi come Jirov e Heezen, che nonostante l’assenza (assenza forse solo apparente) di resti archeologici, non escludono l’esistenza del continente. Heezen affermò che:
vi sono molti elementi che dimostrano come in determinati momenti della loro esistenza queste catene uscirono alla superficie degli oceani formando vaste zone di terraferma, valutabili, per la loro vastità, alla stregua di veri e propri continenti. Evidentemente una parte di tali catene è esistita in superficie persino nel periodo post glaciale. Al di là di ogni tradizione, dunque, l’esistenza di queste catene e altopiani montani inabissati induce in effetti a pensare alla precedente esistenza di continenti perduti: Atlantide nell’Atlantico, Mu nell’Oceano Pacifico e Lemuria nel Pacifico.
Molti studiosi sono ormai del parere che le masse d’acqua oceaniche si spostano per svariate cause, sommergendo alcune terre e facendone emergere di nuove. Tutto ciò porterebbe a non escludere che vi sia stato un continente in un remoto periodo dell’umanità e oggi sono tantissimi gli studiosi che sostengono questa teoria: Colin Wilson, Charles Hapgood, Graham Hancock sono solo alcuni nomi di studiosi che si sono dedicati all’argomento con molta serietà. Il problema dei resti sommersi difficili da trovare e da datare, nonché dell’eccessivo lasso di tempo trascorso tra la fine della civiltà atlantidea e la nostra razza, hanno portato la maggior parte degli studiosi a rinunciare allo studio di Atlantide. Effettivamente le difficoltà ci sono e non sono poche. Si cerca di addurre teorie più o meno valide, basandosi su studi o su ricerche sul campo.
Un altro punto su cui si sono soffermati a riflettere molti studiosi è il mistero del triangolo delle Bermuda. Si sostiene che in quest’area vi sia una potente energia che “risucchi” aerei e navi che passano di lì. Si ritiene che questa potente forza sia causata da una piramide atlantidea che continua a canalizzare la sua energia dal profondo dell’Oceano causando misteriose correnti.
Una delle teorie più diffuse sostiene che le piramidi egizie e la civiltà egizia in generale appartengano alla tradizione atlantidea e che quindi l’Egitto possa essere stato la vera Atlantide. Su questo non tutti sono d’accordo.
Quando si evidenziano analogie tra varie parti del mondo, prima di considerare che il continente Atlantide si estendesse per chissà quanti chilometri, bisogna ricordare che gli Atlantidei avevano altresì colonizzato molti paesi. L’Egitto sicuramente non faceva parte di Atlantide ma è probabile che gli Atlantidei l’abbiano visitato o colonizzato e costruito lì alcune opere come la Sfinge.
James e Thorpe dichiarano infatti che l’affinità ipotizzata da molti atlantologi secondo i quali le piramidi egizie e quelle americane (dei maya) siano opera dello stesso popolo è vacillante in quanto le datazioni sono diverse: quelle egizie sono del 2700 a.C., quelle americane arrivano fino al 1487 d.C e le più antiche piramidi americane furono create nei primi secoli prima di Cristo. Quindi se ci vogliamo basare sulle piramidi stesse si dovrebbe escludere un’origine comune però non si deve scartare l’ipotesi che questi due popoli possano avere avuto rapporti. Gli egizi potrebbero aver ereditato dagli atlantidei la conoscenza per costruire le piramidi.
Resta in dubbio, comunque, l’origine della Sfinge. La Sfinge di Giza è scolpita direttamente nella roccia. La datazione ufficiale la fa risalire al periodo del faraone Chefren (2500 a.C., epoca delle due piramidi) ma si è scoperto che quest’opera è più antica almeno di diecimila anni, periodo in cui nel Nord Africa vi era un clima molto più piovoso dell’attuale. La Sfinge è stata fatta risalire al periodo di Chefren perché vi è una lapide dedicata a lui ma il monumento è troppo eroso e, considerato il manto sabbioso dell’Egitto e considerato altresì che il clima in Egitto negli ultimi cinque-seimila anni è stato molto secco, è troppo strano che l’erosione sia così accentuata, se non retrodatandone l’origine. Così il geologo Robert Schoch, il geofisico Thomas L. Dobecky e un’équipe composta da un oceanologo, un architetto e altri due geologi hanno scoperto che l’erosione era dovuta all’acqua, quindi alla pioggia del Nord Africa di diecimila anni fa. Chi ha costruito la Sfinge più di diecimila ani fa?
Elliot Scott ci dice che 80.000 anni fa esistevano già le prime due grandi piramidi (Chefren e Micerino, quindi per Elliot Scott le due piramidi sono di gran lunga antecedenti l’epoca in cui le colloca la scienza ufficiale) ed esse sarebbero sopravvissute ad una catastrofe, verificatasi appunto in quel periodo e dopo la quale fu costruito il tempio di Karnak. Ad ogni modo Elliot Scott ritiene che un gruppo di atlantidei (precisamente una Loggia bianca di iniziati) migrò in Egitto 400.000 anni fa, quando questo territorio era ancora poco popolato nonché isolato . Non bisogna dimenticare, poi, che egizi e americani avevano abitudini simili quindi l’idea di una colonizzazione o comunque di una migrazione è piuttosto verosimile. Resta però da capire perché la civiltà egizia sia iniziata solo intorno al 3000 a. C. se la Sfinge fu eretta già nell’ 8000 a.C. Forse il popolo egizio era già esistente, o forse si trattava di un altro popolo, diverso da quello che noi conosciamo come egizio.
I misteri della Spagna e la mappa di Ecateo
Una lingua inspiegabile per i linguisti è la lingua dei baschi. I baschi, pur trovandosi a metà tra la Spagna e la Francia parlano una lingua particolare che è molto simile alla lingua maya. Nessuno è mai riuscito a capire che tipo di origine abbia questa lingua.
Un altro sito interessante che troviamo in Spagna è Tartesso , un’antica città di cui troviamo menzione nell’antica Bibbia, precisamente nel Primo libro dei Re (10,22). Nella Bibbia leggiamo che il re Salomone commerciava a Tartesso e che questa città si trovava nei pressi del fiume Guadalquivir. Si sarebbe trattato di una città molto ricca, acculturata e con una lingua non appartenente a nessun tipo di ceppo linguistico iberico.
Dalle ricerche linguistiche sembra probabile che vi si parlasse una particolare lingua, il cosiddetto tartessico di cui esiste traccia letteraria. Il tartessico, sorprendentemente, non risulta imparentato con il basco, con l'iberico e con il lusitano (quest'ultimo sicuramente indoeuropeo), che sono le altre famiglie linguistiche della Iberia precedenti all'arrivo dei Celti. C'è incertezza se farne una famiglia linguistica separata o tentare di inserirlo nelle esistenti famiglie linguistiche.
Il tartessico in effetti mostra qualche somiglianza con le lingue indoeuropee anatoliche (quali l'ittita e il luvio) come anche l'etrusco e questo rafforzerebbe la tesi, a suo tempo proposta, che i fondatori della città fossero i cosiddetti Teres dei Popoli del mare.
A pag. 58 di Atlantide e il mistero dei continenti scomparsi (2006) viene riportata l’immagine della mappa di Ecateo (V secolo a.C.), in cui compare la città di Tartesso a sud della penisola iberica. Ecateo, di origine greca, era uno scrittore di testi storici e geografici. Gli storici ritengono che Tartesso sia stata distrutta dai cartaginesi nel 500. a.C. ma c’è anche chi ritiene che questa città sia sprofondata sotto il livello del mare . In realtà ciò che più mi colpisce della mappa di Ecateo è la segnalazione, all’estremo nord dell’Europa (l’Europa nella mappa comprende anche parte dell’Asia) della popolazione iperborea. Nel V secolo a.C. si conosceva la popolazione iperborea, di cui si ha traccia ne Le Stanze di Dzyan . Questo antico testo, summenzionato, ritiene che la razza iperborea occupasse proprio l’Asia del Nord (quindi la sua localizzazione nella mappa è esatta perché si ritiene che la popolazione iperborea venisse appunto dal nord) e si tratterebbe della seconda razza umana apparsa sulla Terra. Gli antichi greci chiamavo iperboreo il dio Apollo e sostenevano che lui si recasse ogni anno nell’Asia del Nord. Iperborea significa al di là della Borea. La razza iperborea, secondo la scuola teosofica, era una razza non fisica, formata di sola energia. Anche gli atlantidei, almeno nella prima fase della loro vita, erano formati prevalentemente da energia. Non è possibile però sostenere quanto tempo passi tra una razza e l’altra (ad esempio tra la lemure e l’atlantidea) anche perché quando si parla di tutto ciò che è accaduto prima del diluvio universale bisogna tener conto di un fattore molto importante: il tempo era inserito in un paradigma diverso, cioè non era necessariamente lineare come il nostro. La stessa scienza riconosce che il tempo è un prodotto della nostra coscienza, basti pensare a quando sogniamo: un sogno lunghissimo riusciamo a farlo anche in pochi minuti di sonno. Anche la coscienza dell’uomo era diversa. E se la razza iperborea è stata la seconda razza -Le stanze di Dzyan parlano di cinque razze umane, di cui la razza iperborea è la seconda, la lemure è la terza, quella atlantidea la quarta e la nostra la quinta; la prima razza sarebbe una razza di esseri divini che abitano nella Terra sacra imperitura sorvegliata dalla Stella polare, quella che gli indù chiamano Svita Dvipa- dobbiamo pensare che questi iperborei erano sicuramente molto diversi da noi.
Lemuria: un laboratorio di umanità o una civiltà avanzata?
I Commentari a Le stanze di Dzyan narrano che Lemuria era il terzo continente. Questo nome fu coniato da M.P.L. Sclater sulla base di ricerche zoologiche: trovando esemplari di scimmie chiamate lemuri in Madagascar decise di denominare Lemuria questo continente ma c’è anche chi sostiene che il termine Lemuria possa essere associato al termine lemuri che in antico romano significava fantasmi.
Generalmente si ritiene che Lemuria sia antecedente ad Atlantide e che sia stata una civiltà avanzata. Questo continente partiva dal Madagascar per giungere fino all’Australia. Il Madagascar è infatti noto per la diversità della flora e della fauna rispetto al resto dell’Africa. Stando alle teorie di Elliot Scott la popolazione lemure era tutt’altro che avanzata, anzi, non era neanche molto umana, tuttavia i lemuri erano dotati di una certa cultura.
La Lemuria poteva quindi essere un’isola su cui si sperimentavano gli uomini, non a caso alcuni studiosi ritengono che gli uomini primitivi siano “esperimenti mal riusciti” allo scopo di creare una razza umana e che noi non siamo scimmie evolute, bensì le scimmie sarebbero umani mal riusciti o involuti.
Elliot Scott ci dice che i lemuri erano giganti e anche gli atlantidei lo erano.
Molto probabilmente, quindi, furono i lemuri a costruire le statue dell’isola di Pasqua e se così è stato significa che malgrado le sembianze animali una certa intelligenza e capacità era posseduta da questi individui . Lemuria sarebbe poi sprofondata ma una parte di essa si salvò e questa parte contribuì alla formazione di Mu. L’esistenza di Lemuria è stata generalmente accettata.
Poiché la teoria di Lemuria guadagnò una certa importanza, cominciò ad apparire nel lavoro di altri scienziati quali Ernst Haeckel, un tassonomista tedesco che propose Lemuria come la spiegazione all’’’anello mancante". I fossili di questo non si sarebbero potuti trovare perché sepolti in fondo al mare.
La teoria di Lemuria scomparve con l'apparire della teoria della tettonica a placche.
L’ipotesi dell’esistenza di Mu non ebbe la stessa risonanza. Infatti nei Commentari a Le stanze di Dzyan, a Lemuria succede Atlantide, non Mu. Ciò può essere dovuto al fatto che i due continenti sono stati contemporanei. Infatti quando Atlantide si trovava nell’Atlantico, Mu era nel Pacifico ma stranamente nessuno la menziona.
Il continente madre: Mu
Il “mito” di Mu nasce a fine ‘800 con il colonnello Churchward (1852-1936), di origine britannica. Il colonnello, lasciata la sua carriera lavorativa, si recò in India nel 1870 e strinse amicizia con un sacerdote indiano. Entrambi erano appassionati di archeologia, così il sacerdote mostrò a Churchward delle tavolette antiche che parlavano dell’origine dell’umanità. Secondo il sacerdote queste tavolette erano sacre poiché erano state scritte dai Naacal, ovvero dai “Sacri fratelli”che venivano da un continente madre in Asia sudorientale.
Il sacerdote e l’ex colonnello tradussero tutte le tavolette e scoprirono che esse parlavano della creazione del mondo e dell’origine dell’uomo, il quale sarebbe comparso per la prima volta sul continente Mu. Dopo alcuni anni il professore e ricercatore William Niven scoprì in Messico, durante gli scavi, 2.600 tavolette che facevano riferimento a Mu.
Così Churchward, dopo aver tradotto le tavolette e aver viaggiato per trovare altri elementi validi ad avallare la sua ipotesi dell’esistenza di questo continente, tracciò la seguente storia di Mu.
Mu si trovava nell’Oceano Pacifico ed era abitata da diverse tribù governate da un re detto Ra-Mu. In Terre perdute (1999) si legge che il nome Mu deriva da regina Moo che era la regina di Atlantide ma questo nome potrebbe avere anche altre origini. Il regno di Mu veniva chiamato Impero del Sole infatti i suoi abitanti (i “muani”) adoravano una divinità che venne denominata Ra il Sole, in quanto non ci si poteva riferire ad essa con il suo vero nome. Mu era popolata prevalentemente dalla razza bianca (e ciò spiegherebbe perché in America vi sono molte raffigurazioni di gente bianca, già da prima della scoperta dell’America). I muani portarono scienza, religione e commercio in tutto il mondo. Anche Mu aveva delle colonie tra cui l’impero di Mayax in America, l’impero Uighur in Asia centrale e Est europeo e regno dei Naga in Asia meridionale . Mu ebbe una prima catastrofe causata da vulcani e maremoti, durante il periodo di massimo splendore. Questa catastrofe interessò la parte meridionale del continente. In seguito il continente si inabissò definitivamente 13.000 anni fa. Sopravvissero solo poche persone.
Sprofondò prima Mu e poi Atlantide (quest’ultima si inabissò 12.000 anni fa).
Il continente Mu sembra essere il più importante di tutti poiché è “il continente madre” e fu coevo di Atlantide: nello stesso periodo Atlantide regnava nell’Atlantico e Mu nel Pacifico ed erano entrambe due civiltà avanzatissime che comunicavano. Tuttavia Mu non è nota come lo è Atlantide, forse perché non vi sono stati filosofi (come per Atlantide di cui ci parlò Platone) a tramandarne l’esistenza e, stranamente, non ve ne è menzione neanche ne Le stanze di Dzyan.
Tuttavia per Mu abbiamo resti archeologici validi e credo che questo sia di fondamentale importanza. Nel 1997 nei pressi dell’isola di Yonaguni (area di Okinawa) nel mar della Cina, tra Formosa e il Giappone, sono stati scoperti resti archeologici molto importanti tra cui monumenti a terrazze, appartenente ad una civiltà sprofondata nel Pacifico di cui non si ha traccia nei libri di storia ufficiali. Il resoconto di questa scoperta lo troviamo in Civiltà sommerse (2002) di Graham Hancock.
I resti appartenevano ad un periodo che oscilla tra 4000 a 8000 anni fa ma alcuni studiosi ritengono che risalgano addirittura a 15.000 anni fa.
L’esistenza di una civiltà così evoluta spiegherebbe anche perché la Cina, fin dai tempi antichissimi, era così avanzata dal punto di vista tecnologico. I primi cinesi, nei tempi arcaici, possedevano addirittura un sismografo, costruito con un vaso e un sistema di leve. I cinesi inventarono la carta, avevano grandi conoscenze mediche, inventarono la bussola… tutto ciò in tempi molto antichi, non a caso i cinesi ci hanno sempre stupito per le loro ingegnose invenzioni e oggi possiamo ipotizzare che queste conoscenze possano derivare dalla cultura di Mu.
Il resoconto dettagliato di questa scoperta si trova in Civiltà sommerse (2002) di G. Hancock, il quale ha corredato la ricerca con fotografie di questi resti. I geologi che si sono immersi a Yonaguni sono tre: Masaaki Kimura, Robert Schoch (già summenzionato per le ricerche sulla Sfinge) e Wolf Wichmann e per quanto ne sa l’autore si tratta degli unici geologi che sono scesi a quelle profondità. Questi tre geologi non hanno un’opinione condivisa. Kimura con i suoi allievi ha effettuato centinaia di immersioni e sostiene che si tratta senza dubbio di opere di origine umana e sostiene altresì che in alcuni punti sono stati ritrovati fori prodotti da strumenti simili a punteruoli. La descrizione di ciò che ha visto Kimura (una specie di sentiero pavimentato con pietre che collega le principali zone della struttura; tracce di scavi che fanno pensare a riparazioni ecc.) lasciano intendere palesemente che si tratta dei resti di una civiltà. Lo stesso Kimura ritiene che questi resti appartenevano ad una civiltà avanzata.
Schoch (che si è immerso insieme allo stesso autore) invece non ha preso una posizione chiara in merito alla natura di questo monumento sommerso, ha sostenuto sia che potesse trattarsi di un monumento naturale sia che potesse essere di origine umana con fini astronomici in quanto si trova sul tropico del Cancro.
Il geologo Wichmann ha effettuato tre spedizioni e sostiene che si tratti di un’opera naturale. Kimura però ritiene che anche se dovesse essere di origine naturale, questo tipo di topografia sarebbe troppo difficile da spiegare.
L’unico archeologo che si è immerso a Yonaguni è Sundaresh che considera il monumento di origine umana.
Molto probabilmente questi studiosi hanno trovato gli antichi resti di Mu. Non a caso anche in Cina esistono molte piramidi a terrazze .
Per quanto riguarda la storia di questo continente scomparso nel Pacifico e altre prove che dimostrano la sua esistenza, Domenico Pasquariello, autore di Grande inchiesta su Atlantide scrive:
La civiltà di Mu, oltre che dominare l’Asia, estese il suo dominio anche nell’America. Infatti non si contano le raffigurazioni, le leggende e le tradizioni degli antichi popoli mesoamericani che parlano di uomini bianchi dalle lunghe barbe e dalle ampie vesti, dotati inoltre di una avanzata tecnologia, i quali vennero in America dalla zona dell’Asia/Oceania (dove un tempo si trovava Mu) per insegnare ai nativi le arti e le scienze.
Anche steli Maya riportano una migrazione da una terra nel Pacifico al Sud America e quasi sicuramente ci si riferisce alla terra di Mu che era situata ad ovest del Sud America.
Studiosi come il geologo William Niven hanno individuato nei siti messicani di Texcoco e di Haluepantla i resti di città vecchie di 50 mila anni. Si tratta di tre città edificate l’una sull’altra che hanno tra loro resti evidenti di un diluvio e di eruzioni vulcaniche. In questi siti sono state trovate innumerevoli statuette che raffigurano uomini con i lineamenti dell’Asia meridionale e con atteggiamenti tipicamente orientali. Questi luoghi dovrebbero essere i principali siti dove si stabilirono gli uomini provenienti da Mu, siti che si trovano sepolti ad una media di nove metri sotto il terreno messicano.
Nel 1997 sono stati scoperti nelle acque dell’isola Yonaguni i resti di una antica civiltà scomparsa, quasi sicuramente l’antica civiltà di Mu. Sono i resti di una civiltà vissuta tra il 15 mila e il 10 mila a.C. e sono posti a 25 metri sotto il livello del mare al largo del Mar della Cina, nello stretto che collega il Giappone a Formosa. Si tratta di costruzioni di enormi dimensioni: quella principale è grande quanto la piramide di Cheope ed è simile alle grandiose piramidi a gradoni del medio oriente (Ziggurat). Nel complesso, le rovine si legano a quelle precolombiane e a quelle egiziane.
Ad Aguni (a nord di Yonaguni) c’è un muro gigantesco, mentre a Kerama c’è un edificio circolare, il tutto collegato da una strada.
I megaliti e le costruzioni di blocchi monolitici e giganteschi con la tecnica ad incastro sono diffuse in Sud-America, in Egitto, in Libano, in Israele, in Giappone, nel Centro-America, in Inghilterra, in Francia, ecc., come se fossero stati ereditati da una civiltà antidiluviana.
Conclusione
Concludo questa ricerca con una citazione di Bürgin:
Tanto per fare un esempio, come è andata a finire una “candela d’accensione” in una pietra vecchia di 500.000 anni? Come si spiegano le impronte di perforazioni perfette in blocchi di pietra che risalgono all’Egitto dei faraoni? Laddove la scienza convenzionale non riesce a trovare spiegazioni bisogna prendere in considerazione ipotesi alternative.
I resti delle antiche civiltà, progredite tanto quanto noi, o forse molto più di noi, ci sono. Basta volerle vedere.
Bibliografia:
Bürgin, L. (1998) Geheimakte Archäologie, Bettendorf, F.A. herbig Verlagsbuchhandlung GmbH, München; trad. it. (2001) Archeologia misterica, Piemme, Casale Monferrato (AL)
Consiglio dei Maya- Quiché, Popol Vuh (2006) Massari editore, Bolsena (VT)
Hancock, G. (2002) Underworld, Penguin books Ltd, UK; trad. it. (2002) Civiltà sommerse, Corbaccio, Milano
James, P.; Thorpe, N. (1999), Ancient mysteries, The Ballatine publishing group, Random house; trad. it. (2002), Terre perdute, Armenia, Milano
Pinotti, R. (2001) Atlantide, Mondadori, Milano
Platone, Tutte le opere (1977) Newton, Roma
Scott Elliot, W. (1996), Storia dell’Atlantide, Bis, Torino
Scott Elliot, W. (1997), Storia della Lemuria sommersa, Bis, Torino
Zecchini, V. (2006) Atlantide e il mistero dei continenti scomparsi, Giunti, Firenze
Articolo:
Maniscalco, T. I superstiti di Atlantide pubblicato su Archeomisteri n. 35 settembre-ottobre 2007
Per approfondimenti:
Le stanze di Dzyan, Marco Valeri Editore (TO)
Blavatsky, H. P. La dottrina segreta, ETI, Vicenza
Memorie di Atlantide, pubblicato su Archeomisteri num. 33 maggio giugno 2007 (pubblicato in Internet col titolo Ciò che resta di Atlantide)
Altre fonti:
Conferenza Mito e realtà di Atlantide, Perugia, 8/2/08, a cura del C.E.A.
Conferenza Mito e realtà di Atlantide, Sulmona, 16 e 23/10/06, a cura del C.E.A
Webgrafia:
Famiglini, A. Il continente Mu in
http://www.acam.it/mu.htmPasquariello, D. Grande inchiesta su atlantide, Lemuria e Mu in
alieniemisteri.altervista.org/