In particolare, Einaudi, intuendo le eccezionali possibilità insite nell’art. 40 della carta costituzionale siciliana, paventava in quell’occasione ai costituenti, come ha ricordato anche Francesco Renda in “L’emigrazione in Sicilia” il pericolo che la Sicilia potesse battere “una lira siciliana diversa da quella italiana”.
All’allarme dell’economista piemontese rispondeva sicuro Andrea Finocchiaro Aprile, con l'affermazione che “noi Siciliani ci compiacciamo, perché ci darà, in un giorno che ci auguriamo non lontano, la possibilità di creare utilmente una nostra valuta”.
Quale, dunque, migliore attestazione avrebbe potuto ricevere la Sicilia, da quelle altissime personalità, riguardo alla sua sovranità politica che doveva essere prima di tutto sovranità monetaria?
Ma esaminiamo nei particolari la questione.
L’art. 40 dello Statuto siciliano recita testualmente:
- Le disposizioni generali sul controllo valutario emanate dallo Stato hanno vigore anche nella Regione. E’ però istituita presso il Banco di Sicilia, finché permane il regime vincolistico sulle valute, una Camera di compensazione allo scopo di destinare ai bisogni della Regione le valute estere provenienti dalle esportazioni siciliane, dalle rimesse degli emigranti, dal turismo e dal ricavo dei noli di navi iscritte nei compartimenti siciliani.
Il primo comma, in pratica, disponeva per la Sicilia l’uso di una moneta uguale a quella italiana (allora la lira).
Il secondo comma prevedeva, invece, l’istituzione, presso il Banco di Sicilia, di una Camera di compensazione, una specie di ufficio cambi, che doveva occuparsi di destinare ai bisogni della Regione Siciliana le valute estere provenienti dalle esportazioni siciliane, generatrici sempre di notevoli surplus commerciali, dalle rimesse degli emigranti che a fiumi hanno inondato le banche italiane in Sicilia e attraverso di esse il sistema industriale padano, dal turismo che ha lasciato e lascia nella nostra Isola enormi quantità di denaro e dal ricavo dei noli di navi iscritte nei compartimenti siciliani che per la mole di traffico marittimo dei nostri porti ha sempre raggiunto somme considerevoli.
E poiché per le valute straniere possedute dai siciliani doveva essere corrisposto un importo di pari valore in moneta locale, la norma in questione dava implicitamente al Banco di Sicilia la potestà di emettere le lire necessarie a pagarne il relativo cambio.
Lire che pur avendo la stessa denominazione di quelle italiane, avrebbero potuto avere nel tempo anche un valore notevolmente differente, perché emesse sulla base di una riserva valutaria che poteva essere anche di tipo “pregiato”.
Lire che, ad avviso dello scrivente, nel momento in cui avessero raggiunto un valore particolarmente importante, avrebbero potuto persino essere utilizzate come moneta di scambio.
Le lire siciliane che tanto avevano terrorizzato l’economista Einaudi, avrebbero, dunque, dato ai governi siciliani i mezzi per sviluppare l’economia dell’Isola e sconfiggere così la sua centenaria disoccupazione, ma soprattutto i mezzi per non dipendere economicamente e politicamente dal governo italiano.
Si parla tanto, oggi, di sovranità popolare della moneta: ebbene l’art. 40 dello Statuto Siciliano ha rappresentato e rappresenta uno di quei rari e fulgidi casi in cui il diritto ha previsto esplicitamente la proprietà pubblica della moneta. Col destinare ai bisogni della Regione Siciliana l’uso delle valute estere dei siciliani e di conseguenza la moneta emessa nell’Isola sulla scorta di tali divise, il legislatore ha inteso affrancare il Popolo Siciliano dall’usura del signoraggio delle banche centrali cosiddette “nazionali”.
Naturalmente tutto ciò non poteva essere in alcun modo tollerato dai quei poteri forti italiani che dall’unità in poi sono stati sempre dietro le quinte a depredare indisturbati i popoli del sud e soprattutto quello siciliano.
Come molte norme dello Statuto di Autonomia, grazie anche al tradimento dei molti ascari siciliani che investiti di responsabilità politiche hanno solo pensato al proprio miserabile tornaconto, quella dell’art. 40 ha subito la stessa sorte delle “grida” di manzoniana memoria e cioè una ineluttabile lettera morta!
E il Popolo Siciliano, all’oscuro di tutto, non immagina nemmeno le immense perdite economiche che ha dovuto subire a causa dell’inadempienza di tale norma.
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meridio siculo -
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Autonomia Monetaria SicilianaPubblicato il Tuesday, 21 August @ 11:23:36 EDT di
admin
La Sicilia, benchè popolata tanto quanto Norvegia e Finlandia, subisce un sottosviluppo secolare, largamente dovuto all’insufficienza di denaro liquido circolante. Liquido che, sempre proveniente “da fuori”, non è mai stato emesso, né lo è tuttora, per sostenerne l’economia. L’Altra Sicilia propone quindi l’autonomia monetaria siciliana con il triskele, Moneta Franca siciliana.
“Franca” vuol dire
libera da
debito e da
interesse, quindi con esclusiva funzione di mezzo di scambio e non di portavalori, né nello spazio né nel tempo.
Il triskele servirà da
buono lavoro, esclusivo
al di qua dello Stretto. Circolerà
insieme all’euro, questo con funzioni di divisa “estera” e quella di circolante domestico. Una imposta del 2% trimestrale (8% annuale) sui buoni da 1, 5 e 10 triskele ne assicurerà la circolazione rapida, cioè la capacità di cambiar di mano 400-500 volte in un anno, così muovendo beni e servizi per un valore 400-500 volte quello nominale dei buoni.
La disoccupazione diminuirà in proporzione diretta alla sua
libera accettazione, creando una offerta di lavoro capace di assorbire il milione e rotti di siciliani disoccupati, che non lo saranno più.
Come funziona la MF in pratica?
Per sanare i danni del terremoto del Belice del 1968, vennero “stanziati”
12 mila miliardi di lire (circa 6 miliardi di euro), dimostratisi incapaci di completarne la ricostruzione in
40 anni. Lo hanno impedito i sottoprodotti dell’usura: sprechi, peculato, malversazione, incompetenza, prurito di novità, immobilità burosaurica, cattive leggi, pizzi, corruzione, eccetera.
È deprimente che la popolazione della Valle del Belice sia rimasta praticamente quella che era 40 anni fa. Ma non è tutto.
Non fu lo Stato Italiano ad emettere quei 12 mila miliardi. Fu il sistema bancario, con cui lo Stato contrasse un debito che lo costringe tutt’ora a tassare e tartassare i cittadini per pagarne gli interessi. Cosa sarebbe successo invece con una lira franca?
I Comuni dei paesi colpiti l’avrebbero emessa
a terremoto finito, in ragione, diciamo, di 1000 lire x 100 000 persone = 100 milioni. Circolando 400 volte in un anno, quei 100 milioni avrebbero finanziato lavoro e materiali
locali per
40 miliardi. In due anni,
gli stessi 100 milioni, continuando a circolare, avrebbero finanziato
80 miliardi di ricostruzione. Il tutto senza indebitare nessuno, e ricostruendo gli abitati
dov’erano e com’erano, invece di farli deturpare da “furasteri” entusiasti ma su lunghezza d’onda culturale diversa. Ogni famiglia avrebbe ricostruito la propria abitazione secondo desideri propri e canoni tradizionali. E non vi sarebbe stata emigrazione.
La MF, libera da debito e da interesse com’è, non prevede “fondi”, “riduzione di costi”, “analisi costi-benefici”, “risparmi di tempo”, e altri termini usurai ai quali siamo tanto abituati da non riflettere quanto siano assurdi. Il costo di un’opera viene misurato in ore di lavoro, non in unità di MF. Qualsiasi pagamento avviene in contanti e alla consegna, senza scadenze di “fine mese”. Il risparmio avviene esclusivamente depositando MF in istituzioni pubbliche, che la riimmettono immediatamente nel circolo sanguigno dell’economia reale. Non vi si può speculare su.
Con il triskele qui proposto la Sicilia potrà non solo occupare i suoi “schiffarati”, ma anche far rientrare i suoi figli emigrati, nonchè intraprendere opere come: raddoppiare la Messina–Fiumetorto (anche per TVA), costruire un tunnel galleggiante sommerso Messina - Villa, “addrizzari” la Palermo-Agrigento, allestire un centro di ricerca nel vecchio stabilimento Fiat di Termini, rimboschire l’isola, a cominciare dai cocuzzoli brulli disboscati secoli fa, modificare la Circumetnea con trazione
a vapore per attirare i turisti patiti di quella tecnologia, sfruttare la pendenza dei corsi d’acqua per generare energia elettrica democraticamente ed invisibilmente, allestire impianti di desalinizzazione lungo le coste e nelle isole minori, costruire parcheggi sotterranei e metro nelle città, riattivare i “qanat” idrici di Palermo costruiti dagli Arabi un millennio fa, interrare la “sopraelevata” bloccata dai Verdi, produrre concimi organici come servizio pubblico per migliorare la qualità dei cibi e la resistenza immunitaria dei siciliani, ecc. Il limite superiore del da fare verrà determinato dalla disponibilità di manodopera, non dal triskele.
Le condizioni
sine quibus non del successo sono
esclusivamente l’unione di intenti e la buona volontà dei siciliani. L’Altra Sicilia si augura che non manchino né l’una né l’altra.
Silvano Borruso, L’Altra Sicilia - Kenya