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FIBA/C ISL Federazione Italiana Bancari Assicurativi Sindacato Territoriale Via Paggi,1 – 13100 Vercelli (Vc) Congresso Territoriale UST CISL Vercelli Vercelli, 4 marzo 2009 Relazione di Danilo Perolio Segretario Responsabile FIBA/CISL Territoriale di Vercelli
Desidero iniziare il mio intervento prendendo spunto dal tema della "Rappresentanza" che contraddistingue l'attività sindacale e ne costituisce le fondamenta. Il Sindacato appartiene ai lavoratori associati, ed è sostenuto dai loro contributi volontari, per questo motivo esso non può prescindere dalla sua funzione di rappresentanza.
Il nostro documento congressuale ricorda le ragioni storiche che costituiscono le fondamenta dell’associazionismo sindacale ma, correttamente, rileva anche che tali ragioni storiche: «… cambiano con le trasformazioni economiche, sociali e politiche, quando incidono profondamente sulle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori, sui loro comportamenti, sulla loro cultura e sulle loro attese.».
E poi confessa che la rappresentanza dipende dalla capacità di «… intercettare tali cambiamenti e di dare risposte adeguate», e dichiara implicitamente la necessità di un rinnovamento del Sindacato.
Credo che nessuno possa negare che l’attuale stato di malessere sociale, in costante aggravamento, denunci esattamente il mutamento profondo, decisamente peggiorativo, delle condizioni di lavoro e di vita, e di tutto ciò che ne consegue. Dunque, oggi più che mai, il Sindacato deve essere capace di intercettare le cause vere di una situazione che appare a tutti drammatica, e anche peggio.
I tempi che stiamo vivendo presentano il conto, salatissimo, del fallimento del sistema liberista senza regole imploso sulle proprie aberrazioni, un mostro talmente vorace da giungere al punto di divorare sé stesso.
Purtroppo, ancora una volta, dovranno pagarlo quei soggetti i quali, pur non essendo virtuosi e casti, tra tutti sono i meno colpevoli: il cittadino comune, le famiglie, le piccole imprese, i lavoratori, i quali, direttamente o di riflesso, costituiscono la “Rappresentanza” del Sindacato.
Per questo motivo la CISL deve essere pronta a raccogliere la sfida, in conformità al suo stesso enunciato congressuale.
Se tutti insieme saremo abbastanza decisi e soprattutto coraggiosi, allora saremo all’altezza della nostra tradizione; allora, saremo gli artefici d’una rivoluzione culturale ed ideologica capace di ribaltare la situazione, trasformando le difficoltà in opportunità.
Per fare questo è necessario avere il coraggio di risalire alle cause autentiche di un crisi che non può più essere TAMPONATA, ma ha assoluta necessità di essere RISOLTA.
Per giungere alla soluzione della crisi bisogna per forza di cose conoscere la VERITA’, attentamente scansata proprio da quelle istituzioni che dovrebbero garantire e tutelare il cittadino. Per questo motivo, le presunte soluzioni da loro ventilate non possono risultare altro che tiepidi palliativi senza alcuna speranza di riuscita.
Il nostro Segretario Generale uscente e i componenti del Comitato Esecutivo della UST Vercellese, già sanno a cosa mi sto riferendo, poiché questi argomenti li ho rappresentati più volte in occasione di alcune riunioni dell’Esecutivo Provinciale, e rendo merito a Bruno Ranucci di aver accolto le mie esposizioni approfondendone la veridicità dei contenuti.
Con l’intendimento di rispettare i tempi convenuti, entro direttamente nel vivo dell’argomento, senza fronzoli o giri di parole, e sono davvero onorato di poter spartire i frutti della mia ricerca di fronte, oltre che ai Delegati ed ai colleghi Dirigenti Sindacali, anche ad emerite personalità e autorità oggi qui presenti.
Ovviamente la tematica è ampia, complessa ed articolata, ma cercherò di fare del mio meglio per offrirvi una sintesi sufficientemente esaustiva, rinviando approfondimenti e ricerca di soluzioni a sedi più opportune.
Inizio col dire che quello che vado ora ad esporre è qualcosa di così grande, di così incredibile, che al primo impatto la mente umana tende a rifiutare. Eppure è pura verità, documentata e verificabile, la quale purtroppo viene sottaciuta anche ora, in presenza d’una catastrofe annunciata entro tempi brevi.
Anche adesso che queste verità dovrebbero essere rivelate per risolvere le cause autentiche dei nostri gravi problemi, le maggiori istituzioni, i media, e chi di dovere… tace, in conoscenza di causa.
L’enorme macigno che sta divorando economia e finanza si chiama DEBITO, che va distinto tra debito pubblico e debito privato, e che in ogni caso ha origine strettamente monetaria. Tanto è vero che lo stesso Ministro Tremonti non manca occasione per ribadirlo con forza, peccato che poi lì si fermi, mancando di illuminarci con la doverosa spiegazione della vera natura del debito.
L’ammontare del debito pubblico consolidato del nostro Paese è enorme: oltre 1.670 MILIARDI di EURO (oltre 3 MILIONI DI MILIARDI delle vecchie lire). Di fatto è insolubile.
A questa cifra, astronomica, occorre aggiungere gli interessi, che ogni anno lo Stato paga mettendo mano alle nostre tasche attraverso l’imposizione fiscale, che ammontano mediamente ad una cifra di 73 MILIARDI di euro (pari a 146. MILA MILIARDI delle vecchie lire).
Ancora una cosa, poi bisogna anche aggiungere circa altri 90 MILIARDI di euro (pari a 180. MILA MILIARDI delle vecchie lire) di nuovo indebitamento pubblico, ogni anno.
Poi c’è il debito privato, direttamente a carico di famiglie ed imprese, che in questa sede evito di considerare, ma che è esponenzialmente più sostanzioso di quello pubblico. Vi basti sapere che il debito medio delle famiglie italiane, tra i più bassi al mondo, dal 2002 al 2007 è raddoppiato a 15.700 euro per famiglia, mentre nel 2008 è già passato a 21.000 euro a famiglia.
A causa dei soli interessi sul debito pubblico, corrispondenti ogni anno all’ammontare di più di due manovre finanziarie, siamo costretti a subire il deterioramento generalizzato della qualità della vita, del mercato del lavoro, della concertazione e della contrattazione, dello stato sociale, e infine della rappresentanza sindacale, tutte tematiche che costituiscono i capitoli del nostro documento congressuale.
Come mai, nonostante la continua crescita del PIL invece di essere una Nazione sempre più ricca, siamo sempre più poveri? In realtà la ricchezza è di molto cresciuta a livello generale ma essa viene depredata, per mezzo del perverso sistema della creazione monetaria basata sull’indebitamento, proprio a colui che la crea con i suoi sacrifici, ore di lavoro, ingegno, e sudore della fronte: il cittadino.
Nel caso in cui chi di dovere persevererà nel non voler realizzare immediatamente una riforma del sistema monetario, allora ben presto il macigno del debito diventerà una pietra tombale.
Perché dico questo?
Perché, come già accennato poco fa, il nostro illecito, e anti-costituzionale, sistema-debito ha origine esclusivamente monetaria, e non può trovare altra soluzione se non attraverso una legittima, e dovuta, riforma del sistema monetario.
Dal 1694, con la fondazione della Banca d’Inghilterra, inizia una mostruosità storica, il mondo si avvia a subire quella che il compianto Giacinto Auriti definì “schiavitù monetaria”. Di ciò era ben consapevole Goethe, il quale affermava che «nessuno è più schiavo di chi si ritiene libero senza esserlo». Lo stesso William Paterson, fondatore della Banca d’Inghilterra dichiarò spregiudicatamente: «La banca trae beneficio dall’interesse su tutta la moneta che crea dal nulla.».
Anche papa Pio XI bene conosceva l’imperialismo monetario che dominava, e che tuttora signoreggia, il pianeta, tanto che nella sua grande enciclica del 1931 condannò la concentrazione della ricchezza: «… accumulata dispoticamente nelle mani di pochi, neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli, che tenendo in pugno il denaro, la fanno da padroni, onde sono in qualche luogo i distributori del sangue stesso di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare.». Questo lo dice uno dei successori di San Pietro, e non il signor Pantalone.
Oggi più di allora vige la dittatura monetaria, e la crisi in cui sprofondiamo è il suo frutto, che inizia appena a maturare.
Il cittadino, ingenuamente si illude di essere proprietario del denaro che detiene, mentre ne è, illecitamente, debitore, e servitore. Infatti ogni emissione monetaria avviene solo come prestito e genera sempre un indebitamento. E i nostri rappresentanti politici, per mezzo dei vari governi che si susseguono, avallano questo sistema abdicando la nostra Sovranità Monetaria, peraltro prevista dalla nostra Costituzione, all’articolo 1, ad enti sovranazionali e privati come la Banca d’Italia e la BCE, oltre che a trattati internazionali di dubbia validità.
Contrariamente a quanto la maggior parte delle persone crede, le banche centrali, prima fra tutte la Federal Reserve e la nostra Banca d’Italia, Bankitalia SpA, sono private, non pubbliche.
Il meccanismo per ridurci in schiavitù è talmente semplice da essere quasi incredibile: ogni moneta messa in circolazione nel sistema genera un debito, dello Stato da una parte attraverso l’emissione di obbligazioni del debito pubblico (BOT, CCT, BTP, CTZ) e del privato/impresa dall’altro che ottiene moneta dal sistema bancario solo attraverso l’indebitamento oltrechè con il suo lavoro.
Poiché la massa monetaria viene messa in circolazione solo a fronte di un indebitamento, nel sistema non esiste la quantità di denaro corrispondente agli interessi, per restituire i quali bisogna o lottare con gli altri per accaparrarsi la propria quota di denaro o indebitarsi di nuovo. Inutile dire che il meccanismo è fatto appositamente perché qualcuno, Stato o privato, non riesca a pagare e soccomba.
Il meccanismo opera bene ed è quasi indolore fino a quando c’è una forte crescita economica che permette di ripagare il debito con la creazione di nuova ricchezza (un dollaro di debito nel primo dopoguerra produceva 4 dollari). Man mano che il sistema economico diventa “maturo” tale quota scende, e nel 2000 dava solo pochi centesimi; oggi un dollaro di indebitamento produce un reddito negativo e quindi è necessario indebitarsi di nuovo per ripagare il prestito. Ecco spiegato perché ci sentiamo ogni giorno incitare a produrre e lavorare sempre di più mentre la qualità della nostra vita invece peggiora costantemente.
Solamente nei primi sei mesi di quest’anno lo Stato italiano dovrà restituire circa 200 miliardi che saranno coperti con nuove emissioni alimentando così il debito pubblico infinito (in quanto matematicamente impossibile da restituire).
Oltre ad una contraddizione logica che vede uno Stato indebitarsi per avere la rappresentazione monetaria di quanto i suoi cittadini hanno prodotto, che quindi pone un quesito di legittimità di questa pratica universalmente accettata, c’è la problematica che assume il debito nel lungo periodo.
In quanto infinito, il debito assorbe quantità sempre maggiori di ricchezza, che sottrae all’economia reale, perché ha un andamento esponenziale che nel caso del ciclo economico in corso, iniziano nel primo dopoguerra, è esploso negli anni ‘80/90 creando una catena di problematiche che tutti ormai conosciamo bene (privatizzazioni, svendite, crisi economiche sempre più frequenti, riduzioni di credito, perdite di lavoro, ecc.).
Le misure messe in atto fino a questo punto per salvare il sistema bancario, si parla al momento attuale dell’8% del PIL mondiale, non risolveranno la situazione perché è tutta massa monetaria emessa attraverso un nuovo indebitamento degli Stati, e quindi si finge di curare il debito con ulteriore debito ed è chiaro, per chi ha orecchie per sentire e occhi per vedere, che questa non è una crisi passeggera, e neppure una crisi di fiducia come molti ci dicono, ma è una crisi di sistema che cambierà il mondo economico come noi lo conosciamo.
E non lo sto dicendo io, ma il Capo dello Stato che in una manifestazione pubblica dell’11 dicembre scorso, riportata in un servizio del TG1 diceva: “Crisi di non breve durata della quale sarà difficile avere ragione e dalla quale potrà uscire un mondo molto diverso da quello attuale”.
La crisi che ci sta investendo, a mio avviso, non può trovare altra spiegazione se non nel fatto che è voluta dalle stesse cosche che gestiscono il sistema ad altissimi livelli.
La domanda che conviene farci in questo momento è: «Cui prodest?» (A chi giova?).
E’ necessario convincerci, adesso, che la materia economia, finanza e moneta, riguarda tutti i cittadini, indipendentemente dalla categoria lavorativa. Perciò sono disponibile alla creazione di gruppi di lavoro dedicati alla ricerca delle migliori azioni da intraprendere come Sindacato Confederale, con estrema urgenza perché domani potrebbe essere troppo tardi.
Vogliamo dimostrare nei fatti, e non solo a parole, di essere un Sindacato capace e volonteroso di intercettare le autentiche necessità dei nostri rappresentati, e di dare le risposte adeguate? … se la risposta è un clamoroso “SI”, allora questa è l’occasione giusta, forse l’ultima, perché veramente il domani è all’insegna della massima incertezza.
Il resto? Una questione di coscienza.
Grazie per l’attenzione, Danilo Perolio.
Nota: [Segue...]
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