Ebbene, è mio auspicio, davvero, che il mondo che si leverà da questa crisi, della quale a mio avviso intravediamo ora solo l’ombra, sia davvero molto, ma molto diverso da quello attuale.
Se soltanto l’uomo avrà un briciolo d’amore in più nel cuore ed uno spirito minimamente solidale, di già il mondo sarà decisamente migliore.
Ma veniamo al nostro ruolo, sindacale, rispetto alla situazione ed agli interventi che sono nelle nostre facoltà, stante la nostra funzione sociale.
La tesi proposta per il dibattito congressuale è certamente molto tecnica, articolata, propositiva, e per certi versi positiva. Tuttavia a mio avviso non può essere risolutiva, poiché costruita con gli stessi criteri che hanno portato il mondo alla devastazione attuale, come dire che si vuole combattere la febbre sospingendo il malato dentro un forno acceso.
I tempi che stiamo vivendo presentano il conto, salatissimo, del fallimento del sistema liberista senza regole imploso sulle proprie aberrazioni, un mostro talmente vorace da giungere al punto di divorare sé stesso. Se vogliamo davvero lavorare per RISOLVERE e non per TAMPONARE, cosa che comunque non è più possibile, allora, dobbiamo agevolare la morte del mostro, e gestire al meglio il parto del nuovo mondo.
Per raggiungere tale obbiettivo è necessario iniziare a pensare in modo nuovo, produrre idee inedite, e prima di questo è indispensabile conoscere la VERITA’, attentamente scansata proprio da quelle istituzioni che dovrebbero garantire e tutelare il cittadino. Per questo motivo, le presunte soluzioni da loro ventilate non possono risultare altro che tiepidi palliativi senza alcuna speranza di riuscita.
Anche la proposta Fiba per una riforma dei mercati finanziari avrà senso compiuto soltanto se le nuove regole saranno costruite su un tessuto sottostante completamente diverso, addirittura opposto a quello attuale; un attimo di pazienza e ci arrivo.
Inoltre, proporre una nuova Bretton Woods certo, ma soltanto qualora le premesse fossero ben diverse da quelle del 1944, e se lo scopo vero fosse quello di costruire un nuovo sistema monetario non più basato sul debito, ma sulla poprietà monetaria nelle mani degli Stati Sovrani, quali rappresentanti dei cittadini del mondo.
Ricordiamo per un momento cosa fu veramente Bretton Woods: l’inizio del dramma attuale, sebbene già ben avviato nel 1694, con la fondazione della Banca d’Inghilterra. Tutti noi dovremmo conoscere la storia monetaria mondiale degli ultimi decenni, nelle sue grandi linee.
22 luglio 1944, in un’anonima località americana, Bretton Woods, gli Stati del mondo disegnano un nuovo sistema monetario. Il nuovo sistema prevede la convertibilità di tutte le monete in dollari, e solo il dollaro potrà essere convertito in oro.
Da quel giorno in poi, con l’Europa in sfascio nei campi di battaglia, le riserve per l’emissione di banconote mondiali furono esclusivamente i dollari americani, dei quali c’era sul mercato finanziario una grande offerta (la sola).
Non vorrei che oggi si riproponesse una nuova Bretton Woods con il mondo in sfascio sui campi di battaglia finanziari ed economici: sarebbe un’analogia molto preoccupante.
Il 15 agosto 1971, a causa del risveglio dei Paesi Arabi che fondarono l’Opec e pretesero il pagamento del petrolio in oro anziché in dollari, l’allora presidente
Richard Nixon fu costretto a ratificare al mondo la sospensione della convertibilità del dollaro in oro; convertibilità che di fatto era già virtuale da parecchi anni a causa dell’abnorme emissione monetaria statunitense. Si trattò dell’
abrogazione unilaterale degli accordi di Bretton Woods del 1944.
Da quel momento in poi le banche centrali, che poi scopriremo essere private e non statali, hanno continuato a stampare denaro “sul nulla”, senza alcuna base solida a garantirlo. Dal 15 agosto 1971 ad oggi non ci sono più le riserve auree a garantire la moneta, nonostante ciò essa continua ad essere di esclusiva proprietà delle banche per mezzo delle banche centrali, delle quali detengono la quasi totalità delle quote,
a grave danno di tutti i Paesi del mondo.
Questa è la Verità che manca all’opinione pubblica e a noi stessi, oltre che, di conseguenza, ai nostri rappresentati. Ma non glie la vogliamo dire questa benedetta Verità, ai nostri iscritti?
Approfondiamola un minimo insieme, questa Verità: inizio col dire che quello che vado ora ad esporre, e che in parte ho già introdotto, è qualcosa di così grande, di così incredibile, che al primo impatto la mente umana tende a rifiutare. Eppure è tutto documentato e verificabile, ma purtroppo viene sottaciuto anche ora, in presenza d’una catastrofe annunciata entro tempi brevi.
Anche adesso che queste verità dovrebbero essere rivelate per risolvere le cause autentiche dei nostri gravi problemi, le maggiori istituzioni, i media, e chi di dovere… tace, in conoscenza di causa.
L’enorme macigno che sta divorando economia e finanza si chiama DEBITO, che in ogni caso ha origine strettamente monetaria. Tanto è vero che lo stesso Ministro Tremonti non manca occasione per ribadirlo con forza, peccato che poi lì si fermi, mancando di illuminarci con la doverosa spiegazione della vera natura del debito.
L’ammontare del debito pubblico consolidato del nostro Paese è enorme: oltre 1.670 MILIARDI di EURO (oltre 3 MILIONI DI MILIARDI delle vecchie lire). Di fatto è insolubile.
A questa cifra, astronomica, occorre aggiungere gli interessi, che ogni anno lo Stato paga mettendo mano alle nostre tasche attraverso l’imposizione fiscale, che ammontano mediamente ad una cifra di 73 MILIARDI di euro (pari a 146. MILA MILIARDI delle vecchie lire).
Ancora una cosa, poi bisogna anche aggiungere circa altri 90 MILIARDI di euro (pari a 180. MILA MILIARDI delle vecchie lire) di nuovo indebitamento pubblico, ogni anno.
Poi c’è il debito privato, direttamente a carico di famiglie ed imprese, che è esponenzialmente più sostanzioso di quello pubblico. Il debito medio delle famiglie italiane, tra i più bassi al mondo, dal 2002 al 2007 è raddoppiato a 15.700 euro per famiglia, mentre nel 2008 è già passato a 21.000 euro.
A causa dei soli interessi sul debito pubblico, corrispondenti ogni anno all’ammontare di più di due manovre finanziarie, siamo costretti a subire il deterioramento generalizzato della qualità della vita, del mercato del lavoro, della concertazione e della contrattazione, dello stato sociale, e infine della rappresentanza sindacale.
Come mai, nonostante la continua crescita del PIL invece di essere una nazione sempre più ricca, siamo sempre più poveri? In realtà la ricchezza è di molto cresciuta a livello generale ma essa viene depredata, per mezzo del perverso sistema della creazione monetaria basata sull’indebitamento, proprio a colui che crea ricchezza, ma non denaro, con i suoi sacrifici, ore di lavoro, ingegno, e sudore della fronte: il cittadino.
Nel caso in cui chi di dovere perseverasse nel non voler realizzare immediatamente una riforma del sistema monetario, allora ben presto il macigno del debito diventerà una pietra tombale.
Glie la vogliamo dare una spinta in quella direzione, a chi di dovere, o no?
Anche papa Pio XI bene conosceva
l’imperialismo monetario che dominava, e che tuttora signoreggia, il pianeta, tanto che nella sua grande enciclica del 1931 condannò severamente la concentrazione della ricchezza.
Oggi più di allora vige la dittatura monetaria, e la crisi in cui sprofondiamo è il suo frutto, che inizia appena a maturare.
Il cittadino, ingenuamente si illude di essere proprietario del denaro che detiene, mentre ne è, illecitamente, debitore, e servitore. E i nostri rappresentanti politici, per mezzo dei vari governi che si susseguono, avallano questo sistema abdicando la nostra Sovranità Monetaria, peraltro prevista dalla nostra Costituzione, all’articolo 1, ad enti sovranazionali e privati come la Banca d’Italia e la BCE, oltre che a trattati internazionali di dubbia validità.
Contrariamente a quanto la maggior parte delle persone crede, le banche centrali, prima fra tutte la Federal Reserve e la nostra Banca d’Italia, Bankitalia SpA, sono private, non pubbliche.
Lo sapete che il giudice di Pace di Lecce, con sentenza del 26.9.2005 ha condannato la Banca d’Italia al risarcimento per Signoraggio? La sentenza dichiara illegittime le somme percepite dalla Banca che emette la moneta.
Il meccanismo per ridurci in schiavitù è talmente semplice da essere quasi incredibile: ogni moneta messa in circolazione nel sistema genera un debito; dello Stato da una parte attraverso l’emissione di obbligazioni del debito pubblico (BOT, CCT, BTP, CTZ), e del privato/impresa dall’altro, che ottiene moneta dal sistema bancario solo attraverso l’indebitamento oltrechè con il suo lavoro.
Poiché la massa monetaria viene messa in circolazione solo a fronte di un indebitamento, nel sistema non esiste la quantità di denaro corrispondente agli interessi, per restituire i quali bisogna o lottare con gli altri per accaparrarsi la propria quota di denaro o indebitarsi di nuovo. Inutile dire che il meccanismo è fatto appositamente per alimentare un perenne conflitto interno, astutamente spacciato per “meritocrazia”, e perché qualcuno, Stato o privato, non riesca a pagare e soccomba.
Il meccanismo opera bene ed è quasi indolore fino a quando c’è una forte crescita economica che permette di ripagare il debito con la creazione di nuova ricchezza (un dollaro di debito nel primo dopoguerra produceva 4 dollari). Man mano che il sistema economico diventa “maturo” tale quota scende, e nel 2000 dava solo pochi centesimi; oggi un dollaro di indebitamento produce un reddito negativo e quindi è necessario indebitarsi di nuovo per ripagare il prestito. Ecco spiegato perché ci sentiamo ogni giorno incitare a produrre e lavorare sempre di più mentre la qualità della nostra vita invece peggiora costantemente.
Oltre ad una contraddizione logica che vede uno Stato indebitarsi per avere la rappresentazione monetaria di quanto i suoi cittadini hanno prodotto, che quindi pone un quesito di legittimità di questa pratica universalmente accettata, c’è la problematica che assume il debito nel lungo periodo.
In quanto infinito, il debito assorbe quantità sempre maggiori di ricchezza, che sottrae all’economia reale, perché ha un andamento esponenziale che nel caso del ciclo economico in corso, iniziano nel primo dopoguerra, è esploso negli anni ‘80/90 creando una catena di problematiche che tutti ormai conosciamo bene (privatizzazioni, svendite, crisi economiche sempre più frequenti, riduzioni di credito, perdite di posti di lavoro, ecc.).
Le misure messe in atto fino a questo punto per salvare il sistema bancario, si parla al momento attuale dell’8% del PIL mondiale, non risolveranno la situazione perché è tutta massa monetaria emessa attraverso un nuovo indebitamento degli Stati, e quindi si finge di curare il debito con ulteriore debito ed è chiaro, per chi ha orecchie per sentire e occhi per vedere, che questa non è una crisi passeggera, e neppure una crisi di fiducia come molti ci dicono, ma è una crisi di sistema che cambierà il mondo economico come noi lo conosciamo la quale, a mio avviso, non può trovare altra spiegazione se non nel fatto che è voluta dalle stesse cosche che gestiscono il sistema ad altissimi livelli.
La domanda che conviene farci in questo momento è: «Cui prodest?» (A chi giova?).
Concludo chiedendo al Congresso di impegnare la Fiba in questa direzione, e di realizzare in tal senso un’indispensabile sinergia con la Cisl. Peraltro, un impegno in tal senso è già stato espresso con la mozione conclusiva del Congresso Cisl di Vercelli.
Vogliamo dimostrare nei fatti, e non solo a parole, di essere un Sindacato capace e volonteroso di intercettare le autentiche necessità dei nostri rappresentati, e di dare le risposte adeguate? … se la risposta è un clamoroso “SI”, allora questa è l’occasione giusta, forse l’ultima, perché veramente il domani è all’insegna della massima incertezza.
Il resto? Una questione di coscienza.
Grazie per l’attenzione,
Danilo Perolio.